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Abbiamo visto nel post precedente le similitudini caratteriali fra Trump e Putin, e in particolare quegli aspetti che li portano a vedere le cose in modo simile. Il loro narcisismo patologico, confermato dagli oggettivi successi passati, la tendenza a circondarsi da “yesmen” incompetenti e a eliminare gli esperti dalle opinioni sgradite, e soprattutto la tendenza a semplificare i problemi all’estremo in base ai loro preconcetti, sono tutte caratteristiche che possono condurre a decisioni estreme e perfino irrazionali, che vengono poi perseguite con caparbia inflessibilità.

Laddove una decisione si dimostra sbagliata di fronte alla realtà, piuttosto che cambiare la decisione entrambi cercano di cambiare la percezione della realtà, creando attraverso il loro controllo dei media una situazione di confusione informativa senza precedenti nella storia.

Di Putin abbiamo già parlato; proviamo a prendere in considerazione cosa tutto questo comporti nel caso di Trump e delle trattative da lui intavolate.

 

Il primo aspetto che vorrei esaminare è quello della presunta vicinanza fra lui e Putin: da molte parti si avanza l’ipotesi che Trump sia “amico” di Putin, o addirittura un assetto dei Servizi russi (l’”ipotesi Krasnov”). Secondo me non è questo il caso: è vero che esistono diversi indizi in questo senso, e che potrebbero benissimo essersi verificati episodi compromettenti in passato, quando Trump gestiva affari a Mosca. È anche vero che i Servizi russi hanno sicuramente operato in modo da avvantaggiare Trump alle elezioni, inquinando il processo elettorale americano così come hanno fatto (con maggiore successo) in diversi Paesi europei, ma questo non significa che esista una complicità reciproca: significa solo che Putin riteneva che gli convenisse più avere a che fare con un Trump che con un Biden, anche se non è affatto detto che sia così.

Il motivo fondamentale per cui non credo all’”ipotesi Krasnov” è che se anche questa avesse un fondamento sarebbe ormai superata dai fatti. Trump è stato eletto per la seconda volta e gode di una tale popolarità al Congresso e fra i suoi elettori, che virtualmente nulla potrebbe ormai danneggiarlo: è un bancarottiere e un adultero conclamato, ha subito una condanna penale e continua a perseguire una politica estremamente discutibile e controversa, eppure la sua tenuta politica è del tutto stabile. Qualsiasi dossier compromettente potesse essere in mano russa, a questo punto sarebbe del tutto irrilevante per un Presidente che ormai ha raggiunto una posizione inattaccabile: si limiterebbe a negare l’evidenza e la cosa si fermerebbe lì. Inoltre, ai russi non converrebbe esporlo, perché l’unico possibile effetto sarebbe di antagonizzarlo e spingerlo, come da suo profilo caratteriale, ad azioni estreme per vendicarsi proprio contro la Russia stessa.

Insomma: se anche Trump fosse mai stato un agente al soldo di Mosca, ormai sarebbe del tutto fuori dal controllo dei Servizi russi; e siccome lui ama solo sé stesso (è narcisista), non è nemmeno credibile che lui serva Putin per convinzione. Un narcisista non serve mai un altro narcisista.

 

Ora però sorge il problema: se Trump non è “al servizio” della Russia, perché sembra che ne riconosca così spesso il punto di vista?

Innanzitutto, su una cosa pratica, Trump ha ragione: se si vuole porre quale mediatore per risolvere diplomaticamente il conflitto, lui DEVE dimostrarsi imparziale e quindi distaccarsi dalla coalizione pro-Ucraina. C’è un motivo se Biden non ha cercato alcuna mediazione: se sei parte in causa nel conflitto, non puoi mediare; e con Biden, l’America era fermamente nel campo pro-Ucraina (anche se con meno convinzione di quanto sarebbe stato auspicabile). Nel momento in cui però l’America decide che è suo interesse porre fine diplomaticamente al conflitto – staccandosi dal campo occidentale che è pro-Ucraina – è normale che dimostri pari comprensione per le due parti in causa.

Poi però c’è il problema della comunanza di visione fra Trump e Putin che abbiamo visto prima: non significa che stiano dalla stessa parte, ma solo che vedono la situazione con la stessa ottica. Come abbiamo visto, Trump è semplicisticamente convinto dell’assoluta superiorità americana: non solo sulle altre Nazioni occidentali (che considera ingrate per quanto gli USA hanno fatto e fanno per loro), ma anche sulla Russia stessa. Questa sua convinzione lo porta a ritenere che un atteggiamento sufficientemente assertivo da parte sua avrà come inevitabile conseguenza una completa acquiescenza da parte degli altri attori e soprattutto da parte delle semplici comparse, fra le quali ultime lui considera Zelensky.

Su quest’ultimo punto in particolare, la posizione di Trump tende a coincidere con quella di Putin: nella partita a scacchi sull’Ucraina, i giocatori sarebbero solo i due Presidenti; le altre nazioni sarebbero semplici “pezzi” da muovere a piacimento e l’Ucraina rappresenterebbe nulla più che la scacchiera. Di qui la pretesa di “rispetto” e l’atteggiamento oltraggioso rivolto ad un altro Capo di Stato in visita nello Studio Ovale. Sempre di qui, il comportamento apparentemente più condiscendente verso Putin, che viene considerato semplicemente più in alto nella “catena alimentare” iperrealistica con cui Trump identifica l’ordinamento internazionale: una catena in cui lui vede sé stesso al vertice.

 

Arriviamo qui al nodo della semplificazione eccessiva delle cose fatta da Trump: questo aspetto che lo rende così popolare fra i suoi sostenitori “redneck” è anche la sua principale debolezza nella gestione del potere. Sostanzialmente, anche se è vero che la sua posizione di POTUS lo pone in una posizione di forza, questa posizione è assai meno dominante di quanto lui pensi in modo così semplicistico.

Siamo di nuovo all’idea per cui TUTTI nel mondo aspirerebbero ad essere americani: la convinzione che la superiorità degli USA sia assoluta e non soltanto relativa. Era così negli anni ’50, ma le cose sono cambiate, e di molto. Le leadership americana è preponderante quando porta con sé l’intero Occidente, ma, se se ne separa, perde gran parte del suo peso.

Le mie considerazioni sul profilo personale di Trump chiaramente non sono solo mie: la diplomazia occidentale ormai ha preso le misure del personaggio, e Zelensky è stato convenientemente consigliato di aderire senza troppe discussioni alle richieste politiche (non necessariamente a quelle economiche, se non in prospettiva) dell’attuale POTUS, nella considerazione che in ogni caso sarà Putin a far fallire la mediazione americana.

Questo, proprio a causa della sopravvalutazione della posizione negoziale americana da parte di Trump: lui si considera il pesce più grosso, ma Putin – narcisista patologico a sua volta – si considera suo pari e non inferiore. Ha considerazione fella forza del suo avversario diretto nella partita a scacchi, ma non è affatto disposto a piegarsi. Nella SUA visione semplicistica e narcisista, la Russia non può non vincere in Ucraina: come la sua propaganda continua a urlare anche nei nostri media, “la Russia ha già vinto”, e lui non accetterà mai di fermarsi sulle posizioni attuali, che in nessun modo giustificano il prezzo pagato finora nel conflitto in termini non tanto di vite umane (che gli sono indifferenti), quanto in termini economici, militari e soprattutto di prestigio.

Nella trattativa in corso, a Putin stanno a cuore due cose: essere riconosciuto da Trump quale interlocutore alla pari (risultato già ottenuto) ed evitare che questi rifornisca l’Ucraina di quegli armamenti pesanti che finora l’America anche sotto Biden non ha voluto fornire. Per quest’ultima ragione evita di rompere le trattative ora che pure ha ottenuto l’agognato riconoscimento diplomatico, e si limita a rilanciare cercando di ottenere condizioni aggiuntive che Trump (a causa della sua posizione non sufficientemente dominante) NON può concedere: la fine delle sanzioni, che sono la vera arma che sta strangolando la Russia.

Già: le sanzioni. In una visione semplicistica di dominio assoluto da parte dell’America, le sanzioni sarebbero sostanzialmente “americane”; il problema è che le sanzioni alla Russia sono assai più europee che non americane: il commercio pregresso americano era una frazione di quello europeo, e le sanzioni più dolorose – quelle bancarie – dipendono dall’Europa, non dall’America. La minaccia di porre “ulteriori dazi e sanzioni” alla Russia da parte di Trump, fa semplicemente ridere Putin, così come l’eventuale offerta di ridurle non lo smuoverebbe perché sa benissimo che chi le controlla non è affatto Trump.

E Trump, antagonizzando l’Europa (e il Canada che con essa si è prontamente allineato), ha perso la capacità di persuadere i suoi alleati a seguirlo.

 

La conclusione è che la trattativa americana di Trump è ridotta a poco più di uno spettacolo di effetti speciali a vantaggio dell’elettorato MAGA, senza alcuna prospettiva reale. La guerra continua, e l’entità del sostegno occidentale (Europa + America) continua ad essere l’unica variabile per risolverla.

 

ORIO GIORGIO STIRPE