L’Organizzazione Internazionale del Lavoro segnala, nel suo periodico rapporto sui redditi da lavoro dipendente, che in Italia i salari hanno registrato una significativa perdita del potere d’acquisto rispetto al 2008, primo anno della grande crisi finanziaria, con l’andamento peggiore tra i Paesi del G20,la causa; i contratti nazionali, la bassa produttività nei servizi, gli insufficienti investimenti tecnologici, le moltissime piccole imprese per definizione senza contrattazione aziendale ed inoltre una progressione delle retribuzioni, essenzialmente, legata all’età con trattamenti punitivi verso i giovani rispetto agli altri Paesi avanzati.
Nel rapporto mancano considerazioni critiche sul modello di contrattazione collettiva che costituisce, a parte alcune incursioni giudiziarie, la fonte della nostra distribuzione della ricchezza attraverso i salari.
Sui giovani e sulle piccole imprese c’è da dire che i salari non si collegano alla produttività individuale e che la contrattazione di secondo livello o di prossimità è largamente inesistente.
Sarebbe ora utile un tavolo interministeriale e interconfederale per negoziare nuovi criteri contrattuali ma le spaccature tra le organizzazioni di rappresentanza del lavoro sono da impedimento all’avvio di un qualsiasi dialogo nel merito.
Se è vero che il salario non può essere una variabile indipendente, il suo potere d’acquisto potrebbe essere sostenuto dallo sviluppo dei fondi bilaterali che potrebbero coprire oltre che sanità e previdenza anche l’assistenza alla sopravvenuta non autosufficienza del lavoratore.
Il contratto nazionale, oltre a garantire il recupero dell’inflazione ex post, dovrebbe individuare uno o più indicatori relativi all’andamento positivo delle imprese cui collegare l’obbligo, in assenza di accordi aziendali, di determinati aumenti retributivi.
Manca una adeguata remunerazione delle scomodità come il lavoro straordinario, notturno e festivo e una significativa diffusione delle premialità legate ad accordi di partecipazione finanziaria dei lavoratori, questi elementi aggiuntivi del salario, in quanto meritevoli, andrebbero sottratti alla tassazione progressiva con una aliquota piatta e definitiva.
Dopo la politica “dei” redditi che ha controllato (e frenato) gli andamenti retributivi, servirebbe ora una politica “per” i redditi.
Sarebbe utile un tavolo per negoziare nuovi criteri contrattuali, ma i sindacati, le associazioni datoriali e il governo sono profondamente divisi o totalmente assenti, fermo il lamento della carenza di manodopera, contrattazione bloccata governo distratto.
Alfredo Magnifico