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Secondo il report della Fondazione Friedrich Ebert, esiste un Italia ancora disuguale ed emerge una geografia della ricchezza complessa, si fece l’Italia unita ma non si è mai riusciti a pianificare una unità reale ne delle condizioni economiche e tantomeno sociale. servirebbe una politica industriale “place-based” basata sul luogo.

Non basta la questione meridionale a spiegare le disuguaglianze italiane,poichè le aree depresse e quelle in cui si vive bene possono trovarsi sia al Nord che al Sud, tanto nei centri delle città quanto nelle periferie, a fare la differenza spesso sono i sindaci e gli amministratori pubblici.

Secondo il report esistono cinque Italie, la conclusione viene fuori dall’ analisi sulle 107 province italiane. L’analisi va oltre il Pil e considera sei indicatori diversi: economia e mercato del lavoro, capitale umano, demografia, servizi, qualità della vita e capitale civico.

Le province più ricche hanno le migliori amministrazioni, le più povere soffrono di carenze amministrative.

Il primo cluster (raggruppamento), “Rooted innovation with risks of social exclusion”, (innovazione radicata con rischi di esclusione sociale) è quello più ricco delle grandi città del Centro-Nord – Bologna, Firenze, Milano, Roma, Torino – e dei distretti industriali – Modena, Parma, Pisa, Pordenone, Reggio Emilia, Rimini, qui il tasso di occupazione medio arriva quasi al 70%, i salari sono alti e c’è una forte tendenza all’innovazione.

Fa da contraltare; il forte rischio di esclusione sociale per chi ha stipendi bassi a causa dell’alto costo della vita, le case che, in queste province, sono le più care d’Italia per via dell’alta domanda dei tanti che vi si trasferiscono, metropoli come Milano e Roma,qui la disponibilità di medici è meno alta che altrove per lo stesso motivo.

Nel secondo cluster –raggruppamento-, “Strategic industrial location”, (Posizione industriale strategica) si trovano le province del Nord a forte vocazione industriale e manifatturiera, quest’area comprende le province del Veneto, Lombardia e Trentino-Alto Adige con tassi di occupazione, stipendi e innovatività molto alti, ma l’offerta culturale è bassa: anzi, il numero di librerie è il più basso, dei vari raggruppamenti e il numero di musei è al di sotto della media nazionale. L’aspetto più preoccupante; in alcune province, come Bolzano e Vicenza, è alto il numero di Neet, ( giovani che non lavorano, non studiano e non seguono percorsi di formazione).

Il terzo cluster, -raggruppamento-“Balanced living”, (vivere equilibrato) è quello della “dolce vita”, con un equilibrio tra; economica, qualità della vita e accesso ai servizi, in quest’area rientrano le province della Liguria, Umbria, Marche, Valle d’Aosta, oltre ad alcune province della Romagna, del Piemonte e della Toscana, ma anche Pescara e Cagliari,quì i salari sono poco più bassi dalla media nazionale, il tasso di occupazione è più elevato e ci sono meno Neet rispetto alla media nazionale.

I servizi restano più accessibili rispetto ai primi due raggruppamenti, con prezzi delle case e medici di famiglia in linea con la media nazionale, i servizi per l’infanzia sono al di sopra della media, anzi spesso in crescita più della media, come a Udine, Prato e Forlì-Cesena, inoltre,  l’offerta culturale, il capitale civico e la partecipazione hanno valori superiori a quelli degli altri raggruppamenti, unico dato allarmante è l’invecchiamento della popolazione.

Con il quarto e il quinto cluster,raggruppamento, si analizza la qualità della vita. La “Quarta Italia” prende il nome di “Struggling intersections” (incroci in difficoltà) e comprende le zone del Centro-Sud con potenziale economico e sociale inespresso, ovvero le province del Lazio (Roma esclusa), Abruzzo (Pescara esclusa), Molise, Basilicata, e le province di Benevento, Avellino, Bari, Brindisi, Lecce, Catanzaro, Ragusa, Oristano, Nuoro e Sassari, queste zone rappresentano, un «ponte», tra panorami socio-economici diversi; il tasso di occupazione e gli stipendi sono bassi, la quota di laureati è leggermente al di sotto della media nazionale, in più la scarsa propensione alla brevettazione suggerisce una carenza di innovazione, pur con alcune eccezioni come Viterbo, l’offerta culturale e la disponibilità di musei è piuttosto scarsa, nonostante il ricco patrimonio. Questi dati negativi si accompagnano però a una discreta vivibilità per donne e anziani, con case molto accessibili e a una buona disponibilità di medici di base.

L’ultima Italia, sesto cluster –raggruppamento- le “Structural challenges” (sfide strutturali) è composta da tutte quelle province, soprattutto al Sud ma non solo, con forti ritardi strutturali e livelli di disoccupazione e povertà alti, forti flussi migratori in uscita e bassi investimenti in istruzione e cultura. Sono le province di Caserta, Napoli, Salerno, Barletta-Andria-Trani, Foggia, Taranto, le province calabresi eccetto Catanzaro, quelle siciliane tranne Ragusa, e la provincia del Sud Sardegna, queste zone sono storicamente tra le più povere in Italia, con un alto tasso di Neet e una percentuale molto bassa di laureati, i prezzi delle case sono più bassi della media nazionale, la disponibilità di medici per abitante è più elevata rispetto alla media nazionale, e anche i musei sono tanti, ma la qualità della vita di donne e anziani è la più bassa di tutto il territorio nazionale.

Lo studio mette in relazione le caratteristiche dei cinque cluster con la capacità amministrativa dei territori, viene fuori che non basta essere una provincia ricca per avere una buona amministrazione e viceversa, ma tendenzialmente esiste una convergenza tra migliori condizioni socioeconomiche ed elevata capacità amministrativa.

Gli enti locali sono in prima linea nella gestione degli interessi dei territori, sono richieste competenze tecniche e amministrative sempre più elevate per fare un buon lavoro, basta pensare alla pianificazione e attuazione degli investimenti del Pnrr: c’è chi ci è riuscito e chi no.

La capacità amministrativa, misurata con indicatori; riscossione delle tasse, numero di progetti del Pnrr, quota di laureati, giovani e donne tra il personale – è considerata una variabile cruciale per determinare il destino di una città.

Le province più avanzate dei primi due gruppi hanno maggiori capacità di gestione delle risorse e degli investimenti, al contrario, le province più in difficoltà soffrono di carenze amministrative che finiscono per azzerare l’efficacia dei finanziamenti pubblici, esistono delle eccezioni: ci sono tredici province nel Sud e nelle isole – Bari, Brindisi, Chieti, L’Aquila, Latina, Lecce, Matera, Nuoro, Oristano, Rovigo, Sassari, Teramo, e Viterbo – che hanno un’alta capacità amministrativa a fronte di indicatori socio-economici mediocri, questa combinazione,  suggerisce che «una maggiore presenza di risorse permetterebbe di sbloccare un potenziale di crescita che, ad oggi, rimane inespresso per mancanza di fondi.

La Sicilia sulla capacità amministrativa è la più disastrata, pur avendo la più alta percentuale di sindaci giovani e donne, si ritrova ad avere meno dell’1% del personale amministrativo sotto i 35 anni e solo il 12% laureato, questo compromette la capacità della regione di implementare efficacemente politiche pubbliche e di attrarre investimenti.

Serve una nuova strategia di rilancio degli investimenti pubblici seguendo tre punti; ridurre le disparità nell’accesso alla sanità, investire in istruzione e sviluppo delle competenze a cominciare dalle università, sviluppare una politica industriale “place-based”, cioè basata sulle specificità locali.

Le politiche industriali non devono essere viste solo come un mezzo per promuovere cambiamento strutturale, innovazione e crescita economica, ma  come strumento attraverso cui perseguire obiettivi sociali.

 

Alfredo Magnifico