L’analisi politica non è il mio campo, e continuerò a ripeterlo ogni volta che mi troverò ad invadere tale ambito, ma temo di non poter fare a meno di avventurarmici se voglio continuare a studiare la situazione del conflitto in Ucraina. Perché se è vero che il sostegno EUROPEO all’Ucraina continua ad essere la variabile fondamentale nell’andamento della guerra, l’atteggiamento diplomatico AMERICANO è la variabile impazzita della situazione. Quella che era la variabile X fino alla fine dell’anno scorso è diventata una (X + Y), dove Y rappresenta l’imprevedibile “fattore Trump”. Laddove Y ha un segno positivo, sommandosi al sostegno europeo X rende il sostegno occidentale all’Ucraina tale da spingerla verso la vittoria; ma dove il segno di Y è negativo, tale sostegno diventa insufficiente e ci riporta ad un insostenibile attrito a tempo indeterminato. Lo studio della natura di Y (Trump) diventa quindi fondamentale per lo studio dell’equazione militare del conflitto.
Ricordo di aver visto un film poliziesco americano, anni fa. Non ricordo il titolo, non era uno di quei film memorabili, ma includeva un episodio che trovai illuminante.
Il testimone-chiave del caso poliziesco era un “personal trainer” particolarmente aitante, che però non voleva collaborare. Si trattava di un cittadino norvegese, il classico “vichingo” che affascina il pubblico americano (soprattutto femminile): giovane, alto, biondo, occhi azzurri e naturalmente uso a sedurre le MILF. Alla fine, il biondone veniva convinto a testimoniare in cambio della promessa di una “Green Card” per legalizzare la sua permanenza in America, risolvendo così il caso… All’epoca non ero ancora mai stato in Norvegia, però non potei fare a meno di osservare come l’idea di un norvegese disperatamente desideroso di acquisire una “Green Card” americana fosse semplicemente un ossimoro.
Innanzitutto, è difficile che un cittadino norvegese non disponga di tutte le caratteristiche economiche e culturali per ottenerla con relativa facilità; ma soprattutto, appare quantomeno improbabile che possa veramente desiderarla: il tenore di vita in Norvegia è decisamente superiore a quello americano. Se poi un cittadino scandinavo desidera trascorrere del tempo in America perché gli piace, può tranquillamente permettersi una bella vacanza, ma è praticamente escluso che scelga di privarsi di tutti i vantaggi che la sua cittadinanza gli offre.
Ora, questo a me era ovvio già in quanto cittadino europeo, senza essere neppure mai stato in Norvegia; ora che ci ho trascorso alcuni anni, la sola nozione proposta dal film mi appare così inverosimile da sembrare ridicola. Eppure, per lo sceneggiatore – e soprattutto per il pubblico americano – l’idea era del tutto ragionevole, se non ovvia: la stragrande maggioranza degli americani vive nella convinzione che TUTTI, nel resto del mondo, ambiscano a diventare americani. Non solo a raggiungere standard di tipo americano, ma proprio a diventare cittadini statunitensi.
Si tratta di una convinzione profonda: durante una missione in Teatro, ricordo un superiore americano che apprezzava il mio contributo professionale, che mi ventilò la possibilità di transitare nelle forze armate americane e di ottenere così a mia volta la cittadinanza: non riuscì a capire come fosse possibile che io trovassi l’idea non solo strana ma addirittura offensiva.
Naturalmente questa convinzione di superiorità culturale e civile, per quanto diffusissima, non è universale. Esiste una vasta fascia di americani che conoscono benissimo il mondo, che viaggiano, e che sono incredibilmente simili a noi europei: soprattutto fra i colleghi ne ho conosciuti moltissimi… Però sono una minoranza.
Ora, cosa c’entra tutto questo con Trump?
Qui entro nel campo dell’analisi politica, e posso sicuramente sbagliare; ma per come la vedo io, una delle ragioni fondamentali della vittoria elettorale di Donald Trump risiede nel fatto che per moltissimi americani lui appare come “uno di loro che ce l’ha fatta”, piuttosto che “uno dell’élite” che da sempre genera i massimi esponenti politici americani. I Bush e i Clinton sono percepiti come “élite”, indipendentemente dall’appartenenza politica: una élite che conosce il mondo (e sa benissimo che ai norvegesi della “Green Card” non potrebbe fregare di meno), ma che è ormai troppo distante culturalmente dalla gente comune, parla in modo difficile di argomenti astratti ed è ormai percepita come aliena.
Trump non parla difficile ed esprime concetti da bar, è facile da seguire anche per le persone più semplici; in molti versi rappresenta poi il “sogno americano” aggiornato, perché appare come “uno semplice che ce l’ha fatta”. È riuscito a far dimenticare di avere ereditato la sua fortuna invece di costruirsela da zero, e anche di aver fatto bancarotta e perfino commesso reati: con il suo linguaggio e l’atteggiamento spavaldo ha conquistato la simpatia semplice dell’americano medio. I suoi elettori lo descrivono come uno che “ha il cuore al posto giusto”. È uno di loro, e loro si fidano a prescindere.
Il problema è che per moltissimi versi, gli americani hanno ragione: sotto tanti aspetti Trump è davvero “uno di loro”. Fra i tanti, lui è uno che troverebbe perfettamente normale la nozione di un fusto norvegese disposto a tutto pur di diventare americano.
Non credo di dire nulla di nuovo o di azzardato se aggiungo al discorso che Trump è anche un narcisista conclamato. Caratteristica comune a tante personalità politiche, ma nel suo caso lui è un narcisista di grande successo, e che quindi vede il suo narcisismo confermato dai fatti. Lui quindi “non sbaglia mai”.
Quando esprime un concetto, magari anche di impulso per eccitare il suo pubblico, non tollera di essere smentito: al contrario, ribadisce il concetto con maggior forza e impone ai suoi collaboratori di fare altrettanto, fino al punto di convincere anche l’opinione pubblica stessa che crede in lui. Crea così le sue “verità virtuali”.
Fra queste verità, quella della folla alla sua prima inaugurazione (che secondo lui sarebbe stata superiore a quella di Obama otto anni prima), del desiderio di canadesi e groenlandesi di diventare americani, della semplicità virtuosa della politica dei dazi, e dell’ineluttabilità del fatto che tutto il mondo riconosca la superiorità americana e si pieghi alle direttive da Washington purché queste siano presentate con sufficiente energia.
Lui ci crede veramente, perché sono idee semplici da americano medio, e perché lui “non sbaglia mai”.
Dove ci porta questo discorso, per quanto attiene al conflitto in Ucraina?
Ci porta alle sgradevoli somiglianze fra Trump e Putin.
Non sono amici, tutt’altro; però si riconoscono e si rispettano, perché sono simili.
Non sono semplicemente due narcisisti conclamati: sono entrambi narcisisti di successo; gente sorta dalla pancia del proprio Paese, con idee semplici ma ferree. Condottieri che “non sbagliano mai”, e che non tollerano accanto a sé collaboratori che dissentano dalle loro semplici convinzioni. Condottieri “invincibili”, che si circondano di consiglieri via via sempre più impreparati ma anche sempre più fedeli e accondiscendenti.
Condottieri che si vedono come “realisti”, ma che in realtà tendono a semplificare i problemi fino al limite dell’infantilismo, e che quindi alla fine risultano irrazionali. Personalità caparbie, e imprevedibili.
Un Putin razionale non avrebbe mai invaso l’Ucraina così come ha fatto.
Un Trump razionale non avrebbe distrutto la sua leadership dell’Occidente come ha fatto.
Ma lo hanno fatto, e quindi noi dobbiamo prendere atto della loro irrazionalità.
L’Occidente (EU, Gran Bretagna, Canada, Australia, Giappone, Ucraina…) deve prendere atto di dover affrontare due controparti – per quanto a loro volta contrapposte fra loro – fondamentalmente ostili e irrazionali.
ORIO GIORGIO STIRPE