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In Italia, i salari sono il termometro di un Paese in declino, sono lo specchio che spiega non solo l’economia ma anche le scelte politiche degli ultimi 15 anni.

Oggi un lavoratore italiano guadagna in termini reali circa il 9% in meno rispetto al 2008, a differenza dei colleghi tedeschi che nello stesso periodo, hanno visto i salari crescere del 15%, così in Italia si è registrata una perdita di potere d’acquisto che non ha eguali in Europa.

Questa situazione ha creato un circolo vizioso: la povertà dei salari comprime i consumi, rende l’economia italiana più dipendente dall’export e più vulnerabile alle crisi internazionali, come i dazi o i conflitti geopolitici.

Le cause di questa stagnazione salariale sono molteplici e radicate nel tempo: la bassa produttività del sistema economico italiano è un fattore chiave, ma non spiega tutto.

Quando la produttività cresce, come è avvenuto negli ultimi due anni, i salari non riescono a recuperare le perdite inflazionistiche, questo dimostra che il modello contrattuale e sindacale non funziona come dovrebbe.

Nonostante la quasi totalità dei lavoratori italiani sia coperta da contratti, spesso questi non garantiscono un salario dignitoso, come stabilito in più di una sentenza dalla magistratura.

I sindacati, che negli ultimi anni si sono concentrati su temi come l’ambiente, la pace e l’europeismo, sembrano aver trascurato la loro missione principale: la difesa dei salari dei lavoratori.

Se a questo si aggiunge che tra enti Bilaterali, formazione, sanità integrativa il sindacato ha profuso e ha investito tutte le sue risorse, si può capire come il ritardo accumulato sia significativo e perché si sia scatenata la crisi del modello contrattuale italiano.

Come avrebbe detto mio nonno, nipote mio ricordati che il vino si può fare anche senza uva, così, molto probabilmente nella testa di chi dirige le tre organizzazioni sindacali è entrata la convinzione che il sindacato si può fare anche senza lavoratori.

 

Alfredo Magnifico