L’Italia si è impoverita come dopo una guerra, ma nessuno ha il coraggio di dirlo; cadono i consumi delle famiglie e gli investimenti, diminuiscono le scorte nei magazzini delle imprese e le loro esportazioni, calano i prestiti bancari e la produzione industriale.
Il futuro è inquietante, abbiamo politici che sembrano i galli di manzoniana memoria, pensando che l’elettore, ormai espropriato della sua libertà di scelta sia diventato, ormai, un suddito accondiscendente, forse trattare gli italiani da adulti potrebbe essere il primo passo per far ripartire la produttività.
Il reddito nazionale, unica fonte dei redditi privati e delle entrate pubbliche, è diminuito, sarà giocoforza rassegnarsi a salari, a stipendi, a profitti e in generale a redditi reali minori di prima.
Le cause derivano da squilibri e disuguaglianze inaccettabili, dalle tensioni geopolitiche di un mondo multipolare segnato dai conflitti e dalle spinte sconvolgenti di nuovi e potenti attori internazionali, dalla drammatica esplosione degli scontri armati, dall’invasione russa dell’Ucraina, dalla guerra in Medio Oriente) queste situazioni hanno aggravato l’andamento già incerto dei commerci internazionali e stravolto gli assetti nel Mediterraneo, con ripercussioni sui temi della sicurezza e dell’energia, a tutto questo ci mancavano solo le uscite Trumpiane su dazi annessioni e proclamazioni di conflitti.
Si aggiungono, l’andamento dell’inflazione e del costo del denaro, gli squilibri demografici, le tensioni legate alla transizione tecnologica e a quella ambientale, con fenomeni di cui oggi paghiamo i costi sociali, in attesa di governarne l’evoluzione e godere delle opportunità positive.
Ciliegina sulla torta; le incapacità politiche e della pubblica amministrazione che non hanno consentito di costruire condizioni per usare bene le grandi risorse (237 miliardi tra prestiti e soldi a fondo perduto) messe a disposizione dal Pnrr
Il nostro declino è dunque segnato, inarrestabile? Tutto sbagliato, tutto da rifare? Il mio carattere positivo mi porta a dire che forse qualche speranza c’è.
Di fronte alla degenerazione imperante occorrerà volenti o nolenti continuare a stringere la cinghia, questo è in sostanza il piano economico che l’Italia deve, per vie spontanee o forzate, oggi seguire per la sua ricostruzione.
“Ricostruzione, rinuncia, risparmio». parole usate il 29 marzo 1946 da Luigi Einaudi, che considerava gli italiani un popolo di adulti.
Parole che nessuno ha nemmeno lontanamente immaginato di pronunciare dopo la crisi finanziaria del 2008, dopo la crisi dei debiti sovrani del 2011 o dopo l’emergenza pandemica del 2020, eventi questi che non hanno creato meno danni di un evento bellico.
Nel 2024 dovremmo aver raggiunto e superato il livello di prodotto interno lordo pro capite registrato nel 2007, prima della Grande Recessione, l’area dell’euro lo aveva già fatto dieci anni fa; la Germania nel 2010, la Francia nel 2014, la Spagna nel 2017, dietro di noi, sotto questo profilo, c’è solo la Grecia, nel 1995 il nostro prodotto interno lordo pro capite era poco meno dell’8% superiore alla corrispondente quantità dell’area dell’euro, oggi siamo circa del 10% al di sotto.
Forse sarebbe il caso di informare gli italiani che negli ultimi trent’anni il paese si è impoverito, non tanto quanto durante la Seconda guerra mondiale ma più di quanto accadde nella Grande Guerra.
Alla radice di questo processo di impoverimento c’è un andamento stagnante della produttività e, in particolare, della produttività totale dei fattori, farlo implicherebbe, come accadde quasi ottant’anni fa, chiedere agli italiani, che per anni sono stati blanditi con i bonus, di rimboccarsi le maniche, di prendere nelle proprie mani il proprio destino (che spesso hanno improvvidamente affidato all’operatore pubblico).
Prima di distribuire incentivi, promettere agevolazioni, assicurare le premesse psicologiche dell’impresa, bonificare occorrerebbe avere l’ambizione di governare l’Italia senza sostituirsi agli italiani, considerandoli, appunto, adulti, restituendo loro gli spazi di libertà sottratti, giorno dopo giorno, negli ultimi decenni.
Servirebbe una buona politica, sia italiana che europea, per rafforzare quel solido capitale sociale di intraprendenza e voglia positiva di cambiamento, sarebbe essenziale una nuova e migliore cultura della responsabilità.
Alfredo Magnifico